Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
8 dicembre 2019 * Immacolata Concezione
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27 Domenica C Granella di senapa
Testi liturgici: Ab 1,2-3;2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

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Per praticare la vita cristiana in maniera coerente, in un mondo che è avverso, e quindi dovendo andare ogni giorno contro corrente, verrebbe da dire: “È una parola, quello che chiede il Signore! È una bella predica quella che fa il prete dall’ambone! Ma chi può riuscirci? Ed anche se uno lo volesse, come riuscirci?”.
Non c’è da meravigliarsi. La stessa cosa è capitata agli apostoli dopo aver ascoltato l’insegnamento molto esigente di Gesù. Hanno dovuto dire: “Accresci la nostra fede!”.
Lo avevano capito bene, il problema era come metterlo in pratica e per questo chiedono l’aumento della loro fede.

Certamente, per alcuni aspetti, la fede può avere dei gradi, può essercene di più o di meno.

Ma la verità fondamentalmente non è tanto il grado, quanto della sua presenza, perché o c’è o non c’è.

Ed ecco che Gesù li spiazza ancora di più, alzando il tiro.

Parte da un granello di senape, il più piccolo tra i semi. Pur tuttavia ha in sé la possibilità di divenire un albero enorme, tanto da aver la forza di sradicare ed essiccarne un altro che gli cresce accanto.

Solo alla luce di questo esempio possiamo capire anche la successiva espressione, quella di essere servi inutili, cosa che potrebbe lasciarci perplessi.

Ebbene, nella riflessione che stiamo facendo, la fede consisterebbe   proprio nel riconoscerci servi inutili.

Cosa vuol dire essere servi inutili?

Se il seme pensasse in cuor suo di poter fare tutto da solo, senza aver bisogno dell’aiuto della terra su cui ha messo le radici, senza l’accoglienza frequente della pioggia, senza l’accettazione della cura paziente e continua dell’agricoltore o del giardiniere, non avrebbe futuro.

Solo se riconosce di non farcela da solo, solamente se si considera incapace in se stesso e quindi inutile per se stesso, può diventare un grande albero. Lo potrà diventare solo se accetta di accogliere quanto gli è necessario per sopravvivere e crescere.

Pertanto, se tiene stretta la sua identità di seme e non accetta di marcire, se non accetta di lasciarsi condurre da altre realtà, sarà destinato a non produrre nulla.

Ecco in che senso siamo servi inutili. Dobbiamo fare la nostra parte, ma questa non servirebbe a nulla, se non ci fosse il Signore a completare i nostri inizi.

La vera fede è proprio qui.

Per cui, alla fine dei conti, la fede c’è solo se ci fidiamo del Signore. Se pur pregandolo sembra che non ci ascolta, la nostra fiducia in lui rimane incrollabile.

È quello che pensava la gente ai tempi del profeta Abacuc, anzi quello vissuto dal profeta stesso: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti … Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

E quale è stata la risposta del Signore?

Eccola: “Soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Ed allora come ci dice la vera fede?

La violenza, la guerra, la povertà, la fame, la morte in mare dei profughi, non sono volontà di Dio. Sono la conseguenza dell’egoismo e della cattiveria degli uomini e delle nazioni.

La fede ci dice che questo avrà un termine, però occorre saper attendere.

Chi non ha l’animo retto soccomberà, ma la persona retta e piena di fede ritroverà continuamente le ragioni per vivere poggiandosi sul Signore.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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