Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
20 novembre 2019 * Gesu Cristo Re
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30 Domenica C Fariseo e pubblicano
Testi liturgici: Sir 35,17-17.20-22; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

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Anche oggi torna il tema della preghiera, come domenica scorsa, ma con una differenza.
Domenica scorsa è stata considerata la preghiera di “domanda”, oggi è presa in considerazione la sua “modalità”. Solo se fatta nella maniera giusta ne usciamo “giustificati”, cioè cambiati in meglio nella nostra vita.
In cosa consiste la vera preghiera, eseguita nella giusta modalità?
Essa non è altro che il nostro rapporto di amore con il Signore. Esso consiste nell’essere sempre in ascolto di lui, cosa che ci fa vivere e camminare sempre alla sua presenza, facendo la sua volontà.

Oggi è proprio la parabola evangelica a darci le coordinate essenziali per entrare nel clima giusto ed uscirne quindi “giustificati”, cioè cambiati in meglio.

Ma anche la prima lettura ci aiuta ad entrare nella giusta prospettiva, dicendoci una grande verità, quella che abbia ascoltato proprio all’inizio del brano: “Per il Signore non c’è preferenza di persone”.

Questo è da intendersi nel senso che le sue scelte non sono dettate dalla simpatia del momento, dalla convenienza o meno, per opportunismo o calcolo, come spesso capita a noi.

La scelta di Dio è quanto mai oggettiva, è fatta in base alla situazione di indigenza o meno di chi si rivolge a lui. È l’atteggiamento dell’umiltà di cuore che conta e fa la differenza. Solo in questo senso potremmo dire che fa una certa preferenza.

Infatti, ascolta innanzitutto e bene la preghiera di coloro che sono gli ultimi; tra questi sono enumerati i poveri, gli oppressi, gli orfani, le vedove, i sofferenti, come ci ha descritto la lettura.

La stessa cosa che abbiamo espresso nella colletta: “O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi”.

Poi la stessa colletta proseguiva: “Guarda anche a noi come al pubblicano pentito…”. Con la colletta, pertanto, abbiamo chiesto di assomigliare al pubblicano e non al fariseo.

Ma dove sta la differenza?

Dobbiamo prendere atto che ci sono state, ci sono e ci saranno sempre, persone che si ritengono migliori degli altri. Molte di queste, purtroppo, sono anche dentro la comunità dei credenti e perfino tra gli assidui praticanti, da occhi superficiali ritenute brave.

Anche agli occhi di coloro che erano nel tempio il fariseo appariva buono, pio, giusto, un uomo veramente degno di stare alla presenza del Signore, mentre il pubblicano, che era chiaramente ritenuto un rifiuto religioso, faceva bene a stare lontano.

E di fatto veramente egli si riteneva tale, da non meritare la vicinanza di nessuno, neppure quella di Dio, considerandosi indegno di avvicinarsi a lui.

Agli occhi del Signore il comportamento di ambedue non si limitava ad essere ad essere solo esteriorità, apparenza, maschera, inganno.

L’esteriorità, infatti, ha valore solo se espressione di un cuore retto e sincero, perché Dio guarda soprattutto il cuore.

E proprio guardando il cuore, egli vede che la preghiera del fariseo è un soliloquio, è una lode a se stesso. Vede che nel suo cuore c’è tanto di quell’io che non c’è più spazio per Dio.

Il pubblicano, invece, si presenta disarmato. Dialoga con Dio, ma soprattutto fa parlare Dio, lascia spazio alla sua azione. Pronunciando l’abbi pietà di me, è come se dicesse: “Signore, pensaci tu, fai tu quello che vuoi, io non sono capace di fare nulla”.

Quale differenza e conclusione di effetti per ambedue?

Lo dicono chiaramente le parole finali della parabola riferite al pubblicano: “Questi a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, che invece si umilia sarà esaltato”.

L’umiltà viene dalla parola latina “humus”, che significa terra.

Umiliarsi, allora, è prostrarsi a terra, nel senso che, con questo atteggiamento, riconosciamo che il Signore ci ha creato dalla terra, che siamo creature e che, pertanto, senza di lui non possiamo né vivere, e neppure operare.

Anche se facciamo qualcosa di buono, è sempre dono del Signore, anche se, ovviamente, attraverso la nostra corrispondenza e collaborazione.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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